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Francesco Maratta

LA VICENDA
DELLA PASTORALE DI PADRE FEDELE
DA S. BIAGIO













Prefazione


“Sintirìti si veni maju...” è Ia prima canzone da spettacolo che ho amato da bambino. In quella sorta di musical ante litteram che è “La pastorale” veniva cantata dal personaggio Nardo. Ed era godibilissima. Ma cosa c'era, cosa c'è, dietro la costruzione di un lavoro teatrale come quello scritto da Padre Fedele da San Biagio? Ce lo siamo sempre chiesto. Ed oggi Francesco Maratta lo racconta in questo interessante studio che ricorda le resistenze dei parrucconi di fronte ad un ‘opera che umanizza la più umana delle storie divine come quella della nascita di Gesù. Sicuramente avrà fatto impressione vedere su un palcoscenico una comunità di pastori alle prese con l'annuncio dell ‘angelo ed un personaggio semplice, dissacratore, come Nardo, intervenire con curiose battute di sapore popolare là dove forse ci si aspettava di sentire dotti commenti o solenni dichiarazioni di principio.. Ma si sa, le cose che hanno a che fare con il Divino sono tanto più comprensibili quanto più semplice è la loro resentazione... E il geniale frate di San Biagio questo lo sapeva bene se inizia l'opera con l'umanizzazione di identità come l'Amor Divino, o come la Morte e il Diavolo che nel corso dello spettacolo vediamo comparire e scomparire tra fiammate spettacolari in una macchina teatrale semplice, ma di grande effetto, come quella botola centrale del palco, chiamata “cieco abisso “, per noi tutti ii “giacobisso” finché siamo stati bambini. Questo studio di Francesco Maratta, attento e puntuale come tutti i suoi lavori sulla “storia patria”, contiene indicazioni tanto interessanti, come la nivelazione che la parte musicale dell'Opera è stata aggiunta nell'ottocento dcl “Giure Consulto” Burgio, alla cui famiglia appartennero altri artisti: musicologi e pittori per naturale inclinazione affinata con lo studio. Di questa famiglia poi ereditô la vena artistica mio cugino Enzo Di Pisa che oltre ad essere stato un autore di teatro era un buon musicista. A lui si diceva: "ereditasti la vena dei Burgio”, infatti Maria, sua madre, era una Burgio. In questo studio sulla “vicenda della Pastorale” Francesco Maratta ricorda poi Cola Caltagirone tra gli interpreti più celebri del personaggio Nardo e ricorda ancora che, uori dalle scene Caltagirone era un ottimo pasticciere presso la Ditta Di Pisa di Casteltermini. Vincenzo Di Pisa, il fondatore dela Ditta, era mio nonno. E mia mamma Angelina raccontava a noi bambini che don Cola Era un formidabile intrattenitore anche fuori dalle scene. Tra la preparazione di un agnello di pasta reale e una sformata di torrone “don Cola” tornava Nardo con le sue battute ad effetto “Sintirìti si veni maju.. Erano gli anni venti, credo. La televisione era ancora da venire... Ma quanto bello doveva essere vivere lo spettacolo anche in quel modo lì. Grazie a Francesco Maratta che con il suo modo affettuoso di riscoprire il passato ci consente di tenere viva la memoria di cose e personaggi che altrimenti verrebbero travolti dall'onda delle onde televisive. E se lo dico io che della televisione ho fatto la mia quotidianità credo che il “grazie” possa essere considerato doppio.


Michele Guardì







Francesco Maratta


SEI MESI SOTTO I FASCI

(con unità di carattere)







Paese con economia prevalentemente zolfifera, dove l'attività mineraria si svolgeva in forma primitiva, Casteltermini nel 1893 era uno dei piü popolati comuni del circondario; i suoi abitanti, daLla fondazione, erano aumentati gradualmente; nel corso del se­coLO, ne erano stati contati: 5.289 nel 1830, 7.549 nd 1861, 9.275 nel 1881, mentre nel 1901 sarebbero diventati 13.022 (4). Un fattore primario dell'aumento della popolazione era da ricercarsi nell'immigrazione di popolani e civili dai paesi vicini: i primi per sottrarsi agli stenti di un misero reddito, gli altri perché improv­visatisi imprenditori zolfiferi. La popolazione era composta di zolfatai, contadini (borgesi e jurnatara), pecorai, carrettieri, artigiani, civili e piccoli commercian­ti; pochi I nobili. Ne! suo complesso era divisa nominalmente in corporazioni che come corpo unitario si presentavano soltanto in determinate feste religiose, come la festa di S. Croce, del Corpus Domini; mentre gli zolfatai, la cui corporazione era sorta tardi, partecipavano soltanto alla festa dell'Annunziata. Il <<ceto>> più numeroso era quello degli zolfatai; veniva gui­dato da un presidente attorno al quale ruotava una schiera di operai che cominciavano a far sentire la loro potenza incomposta, suscitan­do un senso di disprezzo misto a paura per la vita sregolata che con­ducevano. Ora, mentre questa popolazione inferiore, una volta venu­ta a contatto con il lavoro della miniera e la vita ad essa connessa, diveniva numero, massa, gli imprenditori (provenienti dai <<ceti>> piü disparati), che si davano al traffico degli zolfi, tentavano d'innal­zarsi sociabmente per passare dalla classe media a quella dei <<civili >>. nell'immigrazione di popolani e civili dai paesi vicini: i primi per sottrarsi agli stenti di un misero reddito, gli altri perché improv­visatisi imprenditori zolfiferi. La popolazione era composta di zolfatai, contadini (borgesi e jurnatara), pecorai, carrettieri, artigiani, civili e piccoli commercian­ti; pochi I nobili. Ne! suo complesso era divisa nominalmente in corporazioni che come corpo unitario si presentavano soltanto in determinate feste religiose, come la festa di S. Croce, del Corpus Domini; mentre gli zolfatai, la cui corporazione era sorta tardi, partecipavano soltanto alla festa dell'Annunziata. Il <<ceto>> più numeroso era quello degli zolfatai; veniva gui­dato da un presidente attorno al quale ruotava una schiera di operai che cominciavano a far sentire la loro potenza incomposta, suscitan­do un senso di disprezzo misto a paura per la vita sregolata che con­ducevano. Ora, mentre questa popolazione inferiore, una volta venu­ta a contatto con il lavoro della miniera e la vita ad essa connessa, diveniva numero, massa, gli imprenditori (provenienti dai <<ceti>> piü disparati), che si davano al traffico degli zolfi, tentavano d'innal­zarsi sociabmente per passare dalla classe media a quella dei <<civili >>. nell'immigrazione di popolani e civili dai paesi vicini: i primi per sottrarsi agli stenti di un misero reddito, gli altri perché improv­visatisi imprenditori zolfiferi. La popolazione era composta di zolfatai, contadini (borgesi e jurnatara), pecorai, carrettieri, artigiani, civili e piccoli commercian­ti; pochi I nobili. Ne! suo complesso era divisa nominalmente in corporazioni che come corpo unitario si presentavano soltanto in determinate feste religiose, come la festa di S. Croce, del Corpus Domini; mentre gli zolfatai, la cui corporazione era sorta tardi, partecipavano soltanto alla festa dell'Annunziata. Il <<ceto>> più numeroso era quello degli zolfatai; veniva gui­dato da un presidente attorno al quale ruotava una schiera di operai che cominciavano a far sentire la loro potenza incomposta, suscitan­do un senso di disprezzo misto a paura per la vita sregolata che con­ducevano. Ora, mentre questa popolazione inferiore, una volta venu­ta a contatto con il lavoro della miniera e la vita ad essa connessa, diveniva numero, massa, gli imprenditori (provenienti dai <<ceti>> piü disparati), che si davano al traffico degli zolfi, tentavano d'innal­zarsi sociabmente per passare dalla classe media a quella dei <<civili >>. nell'immigrazione di popolani e civili dai paesi vicini: i primi per sottrarsi agli stenti di un misero reddito, gli altri perché improv­visatisi imprenditori zolfiferi. La popolazione era composta di zolfatai, contadini (borgesi e jurnatara), pecorai, carrettieri, artigiani, civili e piccoli commercian­ti; pochi I nobili. Ne! suo complesso era divisa nominalmente in corporazioni che come corpo unitario si presentavano soltanto in determinate feste religiose, come la festa di S. Croce, del Corpus Domini; mentre gli zolfatai, la cui corporazione era sorta tardi, partecipavano soltanto alla festa dell'Annunziata. Il <<ceto>> più numeroso era quello degli zolfatai; veniva gui­dato da un presidente attorno al quale ruotava una schiera di operai che cominciavano a far sentire la loro potenza incomposta, suscitan­do un senso di disprezzo misto a paura per la vita sregolata che con­ducevano. Ora, mentre questa popolazione inferiore, una volta venu­ta a contatto con il lavoro della miniera e la vita ad essa connessa, diveniva numero, massa, gli imprenditori (provenienti dai <<ceti>> piü disparati), che si davano al traffico degli zolfi, tentavano d'innal­zarsi sociabmente per passare dalla classe media a quella dei <<civili >>. nell'immigrazione di popolani e civili dai paesi vicini: i primi per sottrarsi agli stenti di un misero reddito, gli altri perché improv­visatisi imprenditori zolfiferi. La popolazione era composta di zolfatai, contadini (borgesi e jurnatara), pecorai, carrettieri, artigiani, civili e piccoli commercian­ti; pochi I nobili. Ne! suo complesso era divisa nominalmente in corporazioni che come corpo unitario si presentavano soltanto in determinate feste religiose, come la festa di S. Croce, del Corpus Domini; mentre gli zolfatai, la cui corporazione era sorta tardi, partecipavano soltanto alla festa dell'Annunziata. Il <<ceto>> più numeroso era quello degli zolfatai; veniva gui­dato da un presidente attorno al quale ruotava una schiera di operai che cominciavano a far sentire la loro potenza incomposta, suscitan­do un senso di disprezzo misto a paura per la vita sregolata che con­ducevano. Ora, mentre questa popolazione inferiore, una volta venu­ta a contatto con il lavoro della miniera e la vita ad essa connessa, diveniva numero, massa, gli imprenditori (provenienti dai <<ceti>> piü disparati), che si davano al traffico degli zolfi, tentavano d'innal­zarsi sociabmente per passare dalla classe media a quella dei <<civili >>. nell'immigrazione di popolani e civili dai paesi vicini: i primi per sottrarsi agli stenti di un misero reddito, gli altri perché improv­visatisi imprenditori zolfiferi. La popolazione era composta di zolfatai, contadini (borgesi e jurnatara), pecorai, carrettieri, artigiani, civili e piccoli commercian­ti; pochi I nobili. Ne! suo complesso era divisa nominalmente in corporazioni che come corpo unitario si presentavano soltanto in determinate feste religiose, come la festa di S. Croce, del Corpus Domini; mentre gli zolfatai, la cui corporazione era sorta tardi, partecipavano soltanto alla festa dell'Annunziata. Il <<ceto>> più numeroso era quello degli zolfatai; veniva gui­dato da un presidente attorno al quale ruotava una schiera di operai che cominciavano a far sentire la loro potenza incomposta, suscitan­do un senso di disprezzo misto a paura per la vita sregolata che conducevano. Ora, mentre questa popolazione inferiore, una volta venu­ta a contatto con il lavoro della miniera e la vita ad essa connessa, diveniva numero, massa, gli imprenditori (provenienti dai <<ceti>> piü disparati), che si davano al traffico degli zolfi, tentavano d'innalzarsi sociabmente per passare dalla classe media a quella dei <<civili >>.









Francesco Maratta

LA TERRA DEL DUCA MUORE


















Francesco Maratta

Contributo per la conoscenza delle
perizie tossicologiche
in uso nel ‘700










Francesco Maratta


Personaggi della memoria

















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9 Agosto 2006
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